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Cinema sotto le stelle: Into the wild

Sabato 19 luglio 2008
INTO THE WILD di Sean Penn

Interpreti Emile Hirsch, Marcia Gay Harden, William Hurt, Jena Malone, Brian Dierker, Catherine Keener, Vince Vaughn, Kristen Stewart, Hal Holbrook
Durata: 148 minuti
Origine USA 2007.

Into the wild or into yourself? Nella natura selvaggia o dentro te stesso? La storia ed i suoi momenti. È il 1993. Jon Krakauer, buon giornalista indipendente, scrive “Morte di un innocente” un articolo di novemila battute su di un certo Christopher McCandless, giovane laureato della ricca middleclass USA, che il giorno dopo aver conquistato il fatidico “pezzo di carta”, fugge per le strade d’America alla ricerca del mondo e soprattutto di se stesso. Immediatamente piovono commenti al giornale: incoraggiamenti, lodi, critiche insanabili.
È il 1996 ed ecco che l’articolo diventa un saggio-romanzo-reportage con carte geografiche e citazioni originali edito e tradotto in tutto il mondo, in Italia per esempio, dal Corbaccio.
Sean Penn legge, è rapito, si commuove, chiede, e solo dopo dieci anni ottiene finalmente, i diritti per girare la sua versione cinematografica del racconto.
Di qui lo scivolare del nome del protagonista, da Brad Pitt a Emile Hirsch, oggi molto più in età per la parte.
Commozione, ammirazione, sincero interesse, addirittura fastidio per cotanta alterigia: “…ma come brucia i soldi, ma è scemo?!” non è la più originale delle frasi che si sentono in sala durante la proiezione del film.
E invece no. Non è scemo. O almeno lo è certamente molto meno di noi. Di noi tiepidi spettatori al calduccio della sala cinematografica, o al frescussio e con le zanze che ci girano intorno per questa proiezione all'aperto, sicuri nelle nostre pur strette o decisamente scomode poltroncine. Di noi che centelliniamo il respiro insieme allo stipendio, non si sa mai che non arriviamo alla fine del mese, del giorno, dell’ora.
Meno scemo di noi, che tiriamo diritto senza neppure osare guardare al di là del nostro naso, non si sa mai quali folli pensieri possono di colpo venire a turbare la nostra quiete, a tanta fatica conquistata.
Chris, o meglio Alexander Supertramp come preferisce ribattezzarsi il nostro, crede in valori differenti.
Crede nel dialogo, crede che solo dalla fatica possa venire qualcosa di buono, crede che se qualcosa vale la pena allora non certo i soldi, ma l’impegno e la costanza possano portarla a casa. Crede soprattutto che, se non sei sereno, non sei sicuro, non sei felice con te stesso non puoi esserlo neppure col tuo prossimo e allora vale la pena “egoisticamente” di cercare di capire se stessi e poi, soltanto poi, cominciare a stare con gli altri.
Ecco allora il rifiuto al sesso con la ragazzina minorenne, altro che pedante pruderie da provincia americana, ecco l’amore per la coppia post-hippie, ma anche la necessità di lasciarla, ecco il lacerante affetto per l’anziano Ron, un Hal Holbrook, che è stato tra l’altro, candidato all’Oscar come miglior attore non protagonista, che vorrebbe adottarlo, ma che Alex non può non lasciare alla fine di questa esperienza. Perché il suo destino è altrove. Perché ha già deciso che la sua vita, almeno per ora, dovrà trovare la sua strada più a nord, in Alaska.
E in Alaska Supertramp si perde. Come già Timothy Treadwell, il protagonista molto meno cosciente di Grizzly Man, come Everett Russ, artista e camminatore, che svanirà nel deserto dello Utah già nel 1934. Perché i confini, le frontiere in questo mondo sempre più piccolo, ma altrettanto indecifrabile, per fortuna nostra continuano, per permetterci di sognare ancora, a stregarci e a sedurci.
In una parola, insomma, continuano a resistere.

Aggiornato il 15/07/2008 02:09:46